Great Jobs

La scelta del famoso podcaster americano Joe Rogan di realizzare una intervista nella quale dialoga con un bot di Steve Jobs, che ne ricostruisce voce e pensiero sulla base di interviste e discorsi, ha suscitato varie discussioni in merito alla liceità dell’operazione stessa. Non è però l’aspetto etico che mi interessa dell’operazione ma il tema più teorico e generale, di cui il prodotto di Rogan è solo un caso particolare. 

Per capirlo, spostiamoci su un territorio diverso e cioè la storia della letteratura italiana intesa come disciplina, l’insieme cioè di studi e di studiosi la cui ricerca scientifica è dedicata ai testi e agli autori che, più o meno dal ‘200 a oggi, hanno prodotto, in italiano (o in Italia) romanzi, novelle, poesie, etc. 

Perché esiste una disciplina come la storia della letteratura italiana (discorso che ovviamente vale anche per la storia della filosofia, la storia dell’arte, la storia del cinema, etc.)? È ovvio che gli autori della storia della letteratura non hanno scritto quello che hanno scritto perché venisse studiato nelle accademie ma perché fosse un prodotto fruibile. Volevano commuovere, divertire, vendere copie e non (tranne in rari egocentrici casi) dare materia di lavoro ai ricercatori. Perché allora li studiamo?

Perché partiamo dal presupposto che quello che le opere dicono non è tutto quello che possono dire. Che esiste, dietro e oltre ogni testo, un ipertesto non dichiarato che va – appunto – indagato. Un esempio? Per capire cosa veramente pensava Manzoni quando ha dato vita al personaggio di Gertrude, cioè la monaca di Monza, bisogna studiare la vita di Marianna di Leyva, la vera monaca ala quale si è ispirato l’autore. Non saperlo rende meno fruibile i Promessi sposi in quanto romanzo? No di certo. Saperlo serve (solo) a ricostruire il movimento intellettuale che ha condotto Manzoni a creare quel personaggio. Le sue motivazioni, le riflessioni che probabilmente lo hanno accompagnato, i suoi ripensamenti. Il suo sistema di pensiero. Il risultato è una specie di ologramma di Manzoni, ricostruito nei paper dagli studiosi che sperano di aver interpretato bene i dispositivi mentali che lo guidavano. 

È la stessa operazione che fa Joe. Abbiamo i discorsi di Jobs, che sono come i Promessi sposi: è evidente che Jobs li ha tenuti non perché qualcuno li analizzasse e li studiasse ma per comunicare qualcosa. Studiarli, come ha fatto l’intelligenza artificiale, serve a tentare di ricostruire le intenzioni, le motivazioni e il sistema di pensiero di Jobs. A crearne un ologramma che, invece di prendere la forma cartacea dei paper, parla con la voce di Jobs. E per questo, forse, fa più impressione.

Chi lascia tracce pubbliche del suo pensiero, che sia Manzoni o Jobs, si espone al rischio che qualcuno non si accontenti di consultarle e goderne ma voglia ‘andare oltre’ e ricostruire il pensiero che le ha prodotte, in una strana triangolazione tra esercizio filologico, culto di devozione e seduta spiritica. 

Detto questo, la questione teorica non è risolta. Non abbiamo cioè ancora mostrato quale sia il problema che accomuna gli studiosi di Manzoni e i ricercatori che hanno dato vita (è il caso di dirlo) al bot di Jobs. Per capirlo, occorre andare ancora un po’ più a fondo nel rapporto tra ciò che pensiamo e ciò che diciamo. In questa relazione, le parole non esprimono mai in modo efficace il pensiero di chi le ha prodotte. Questo è vero sempre, anche adesso. Anche queste parole non sono veramente quello che penso, perché ‘quello che penso’ resta nella mia mente e le parole che sto usando sono solo il tentativo di esprimere al meglio le mie idee. Io stesso, quando le rileggerò tra qualche anno, avrò difficoltà a capire fino in fondo quali riflessioni le hanno generate. Figurarsi chi volesse, bontà sua, costruire in futuro un bot con le mie idee partendo da questo o da altri contenuti. 

 

Il pensiero di Jobs o di Manzoni, la loro capacità cioè di produrre connessioni concettuali, non c’è più, scomparso con le loro esistenze. Ci sono le tracce che ci hanno lasciato, con le quali potremo giocare per secoli, per fare ricerca o creare bot. Nel farlo, occorre solo prestare attenzione. Evitare cioè di arrivare a pretendere che un pur rigorosissimo paper scientifico e un pur raffinatissimo bot possano riesumare il pensiero di un uomo, che ha, proprio nella sua inricostruibile irripetibilità, il suo valore assoluto.

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