Parole di tutti

Platone pensava che le opere scritte sono figli senza padre: girano per il mondo senza che chi le ha scritte abbia la possibilità di difenderle, di spiegarle, di darne ragione. Di dialogarne.


Che le opere scritte fossero “orfane” era, per Platone, una disgrazia. Per noi, dopo almeno un secolo di ermeneutica, dovrebbe essere un dato acquisito: un testo, quando lascia la penna del suo autore, diventa di tutti. Sono parole umane per gli umani. Ed è per questo che, ogni tanto, alcune di queste opere diventano capolavori immortali: quando ognuno, in ogni epoca e luogo, sente quelle parole come sue.

Per questo qualcosa non torna quando qualcuno dice che le parole dei grandi scrittori o filosofi nati, nei secoli, in quella che oggi si chiama Europa sono “le nostre” perché “gli altri non ce l’hanno”.
Perché significa provare ad arruolarne la grandezza universale in una mediocre guerra di appartenenze.